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mercoledì 25 dicembre 2013

UN CALDO NATALE ANCHE A VOI




Ancora una volta è arrivato. Con la pioggia e un vento gelido che ti penetra nelle ossa e ti spinge a ricercare il calduccio di un camino. Ma, soprattutto, il calore del cuore. Quello che solo gli affetti, gli affetti veri, possono restituire ai nostri poveri cuori intirizziti dalle tempeste della vita. Così, ti metti a guardare il film che ti ha regalato tuo figlio per dirti buon Natale, perché sapeva che lo stavi cercando da tanto. Con la tua bella famiglia intorno e il cane sulle ginocchia, che fa tanto plaid. Ed un piattino di “purciaddhuzzi” da sgranocchiare davanti a quel bel figliolo di Dorian Gray a mo’ di pop corn, che ogni volta che ne prendi uno con le dita ti si sporcano di miele e sei costretta a leccartele. Prima che te le lecchi il cane :-D 


PURCIADDHUZZI


1 kg di farina

200 grammi di zucchero

200 grammi di olio extravergine di oliva

2 grosse arance ed un paio di mandarini (succo filtrato e buccia)

100 grammi di liquore all'anice

vino bianco secco q.b.

un cucchiaino di chiodi di garofano (che pesterete al momento)

un cucchiaino di cannella

1 bustina di lievito per dolci o 20 grammi di ammoniaca

1 kg di miele millefiori



Scaldate l'olio con bucce di arancia e mandarino (private della parte bianca interna, che è amara). Lasciate riposare per qualche ora, in modo che l'olio assorba tutto il profumo degli agrumi (la ricetta antica prevede la frittura delle bucce nell'olio, ma il fegato dei nostri nonni era molto più resistente del nostro!). Disponete la farina a fontana sulla spianatoia; aggiungete lo zucchero, il lievito (la ricetta originale esige l'ammoniaca, ma il suo puzzo di urina me la fa detestare cordialmente) e le spezie ed amalgamate bene il tutto. Ora unite l'olio filtrato e l'anice ed infine succo d'arancia e vino bianco quanto basta per ottenere un impasto morbido ma non troppo. Fate dei cordoncini di pasta e tagliateli a pezzetti molto piccoli che passerete ad uno ad uno sul retro di una grattugia o sui rebbi di una forchetta (come se fossero gnocchi di patate). In questo modo si otterranno i "purciaddhuzzi", cioè i "porcellini". Quando sono tutti pronti friggeteli in OLIO EXTRAVERGINE DI OLIVA (bando ad altri tipi di olio, non osate nemmeno nominarli!!!), scolateli e lasciateli raffreddare. Passateli quindi nel miele millefiori fuso, disponeteli nel piatto da portata e decorateli con pezzetti di cioccolato e anisetti colorati.














BUON NATALE!!! 



L'immagine di Babbo Natale l'ho trovata qui!

lunedì 1 aprile 2013

PASQUA DOVE TI PORTA IL CUORE





Cinque lustri che manco dal mio paese. Un tempo sufficiente a vedere i miei due cuccioli diventare un uomo e una donna, ma non a disfarmi del corposo bagaglio di cultura e tradizioni gallipoline che mi sono portato dietro salendo su quel precoce treno del destino che mi avrebbe condotto al Nord.
Così a Pasqua, come a Natale, sono corsa a rifugiarmi in quei riti a cui sono indissolubilmente legata fin da quando avevo i boccoli e i calzettoni bianchi traforati e tutti mi chiamavano “Lucì”, perché al Sud i diminutivi sono d’obbligo.
Ho rivissuto, grazie alle foto di Mariano Polimeno, carissimo amico del “tempo delle mele”, i riti della Settimana Santa, partendo dalla  “Madonna che va in cerca del figlio morto”, come definivo da bambina la Processione dell’Addolorata. 
Quanta pietà suscitava nel mio animo quella povera signora vestita di nero con il viso stravolto dal dolore rivolto al Cielo, tanta paura  mi facevano i “mai”, gli incappucciati che accompagnavano Maria nel suo lungo peregrinare per le vie della città. In effetti, per quei cappucci che, senza voler essere blasfemi, evocano il temibile ku klux klan,  quelle figure un po’inquietanti lo sono; all’epoca ignoravo l’esistenza del ku klux klan, ma gli incappucciati mi inquietavano lo stesso. Soprattutto quelli che avevano i piedi nudi (ma se beccano un vetro per strada? pensavo) e portavano delle grosse pietre appese al collo oppure si percuotevano in continuazione le spalle con uno strano aggeggio di ferro (la penitenza e l’autoflagellazione non mi riuscivano facili da comprendere in un’età in cui non capivo nemmeno le punizioni che ogni tanto mi infliggeva la mamma).
Sempre grazie a Mariano, al suo amore per la  "perla ionica" ed alla sua indiscutibile bravura nel cogliere con l’obiettivo gli aspetti più significativi della vita quotidiana della città, ho potuto rivivere anche l’altra Processione carica di fascino e di mistero che è nel cuore di ogni gallipolino: “l’Urnia”.
Il Venerdì Santo, verso l’imbrunire, dalla Chiesa del Crocifisso che si trova sulla riviera di scirocco del centro storico si avvia la Processione che porta per tutto il paese una serie di statue in cartapesta raffiguranti le varie fasi della Passione di Cristo: l’agonia nel Getsemani, la Flagellazione, l’Ecce Homo, Cristo con la Croce, la Crocifissione. La Confraternita del Crocifisso, che ha l’onore di organizzarla, si distingue per la corona fatta con pianta selvatica di asparago che i confratelli indossano sul cappuccio rosso a simboleggiare la corona di spine di Gesù. 
Fa appena in tempo a concludersi la grande processione de “l’Urnia” del Venerdì Santo che i fedeli  si dirigono verso la piccola Chiesa della Purità, per prendere parte all'ultima manifestazione quaresimale pubblica della religiosità popolare: la Processione della Desolata, organizzata dalla Confraternita dei "bastaggi". Il nuovo corteo religioso  ripercorre le stradine del centro storico nel buio della notte squarciato solo dai quattro lampioni, dal lamento della tromba e dal lugubre rullare del tamburo. I gallipolini non si stancano mai di dimostrare la loro devozione, sia accompagnando la nuova processione malgrado i piedi facciano male e gli occhi stentino a mantenersi aperti sia affacciandosi alle finestre ed ai balconi per mormorare una preghiera al passaggio della statua settecentesca della Madonna e di quella del Cristo Morto, adagiata in una preziosa Urna rivestita d'oro zecchino. Al sorgere del sole del Sabato Santo, Madre e Figlio fanno il loro ritorno sulle spalle dei fedeli nella bellissima Chiesa nel seno della Purità.






















































Le luci dell'alba e del tramonto, il rumore della trozzula, il silenzio notturno rotto solo dal rullo del tamburo e dal mesto suono della tromba, l'enorme quantità di gente che si riversa in strada per assistere  commossa al dipanarsi delle processioni per i vicoli antichi e le vie del borgo nuovo,   l'atmosfera medievale, irreale e quasi magica, regalano sensazioni che, per dirla alla gallipolina, "facene ccu sse 'mpilene li carni", cioè fanno venire la pelle d'oca. 
Bisogna provarle, per capire di cosa parlo. 
Il prossimo anno, fate un salto a Gallipoli nel periodo della Settimana Santa. E se riuscite a trattenervici fino a Pasqua, disertate i pur ottimi ristoranti locali e cercate una famiglia che vi ospiti a pranzo per poter assaggiare il piatto principe delle tavole pasquali gallipoline: "lu spazzatu". Una volta per questa preparazione si utilizzava lo spezzatino di agnello, ma chi non se lo poteva permettere si arrangiava con tipi di carne meno costosi. Spesso si riciclava la carne usata per fare il brodo, troppo asciutta e stopposa per essere consumata così com'era. Come si fa "lu spazzatu"? Si inizia mettendo a soffriggere in olio extravergine di oliva un misto di carni tagliate a pezzetti piccoli (manzo, vitello, agnello) con una cipolla tritata; si aggiunge un goccio di vino bianco e ad evaporazione avvenuta si unisce della passata di pomodoro preferibilmente casalinga e sale quanto basta. La cottura deve avvenire a fuoco lento e durare circa un'ora. Nel frattempo si prepara un impasto con pane di grano duro grattugiato, formaggio (metà parmigiano e metà pecorino, sardo o toscano), uova e un trito di menta o prezzemolo. Indicativamente calcolate un cucchiaio di pane ed uno di formaggio per ciascun uovo e ricordatevi che l'impasto deve risultare bello morbido. Quando il sugo è pronto versateci il composto sbriciolandolo con la mano sinistra e rimestando con la destra. Lasciate cuocere per una decina di minuti e godetevi il vostro "spazzatu".  

Spero che abbiate trascorso una serena Pasqua :-)









venerdì 28 dicembre 2012

SUA MAESTA' LA PITTULA (regina delle feste)


Pittule semplici



Non è facile spiegare al di fuori del Salento cosa siano le pittule: definirle “frittelle” è riduttivo, se non addirittura offensivo. La pittula è una vera e propria opera d’arte! Assimilabile, per certi aspetti, alla Gioconda leonardesca, classica ed intramontabile,  ma, soprattutto, all’Elasticità boccioniana, tutta energia e movimento. Un’enorme energia si sprigiona, difatti, già in fase di preparazione,  dal braccio indefesso che impasta, sbatte e schiaffeggia (specialmente quando le pittule costituiscono il pranzo o la cena della famiglia e la mole delle dosi richiede un’erculea fatica), e continua a sprigionarsi per tutta la durata della lievitazione, per condurre la pasta a raddoppiare, se non a triplicare, il volume iniziale. Per non parlare della cottura, apice di dinamismo e vigore, con le pallottole di pasta lievitata che sfrigolano incessantemente e crescono e si gonfiano fin quasi a scoppiare.
 A Gallipoli non esiste festa degna di tal nome che non venga onorata da una scorpacciata di pittule gustate “caute caute”, ossia bollenti, appena raccolte dalla schiumarola. Perché è questo il modo giusto di consumarle:  “friscendu e mangiandu”, per la precisione, e non ne esistono altri. Si comincia a “mmassare” pittule il 15 di ottobre, per santa Teresa, e si continua fino all’anno nuovo: l’11 novembre per san Martino, il 30 per sant’Andrea, il 7 dicembre per la vigilia dell’Immacolata,  il 24 per la vigilia di Natale, il 31 per la fine dell’anno e il 5 gennaio per la vigilia dell’Epifania. 
Non importa che siano dolci o salate, farcite (con baccalà, seccia, minoscia, caulufiure) o semplici semplici (‘mbutulate nello zucchero semolato o ssuppate nel mosto cotto o nel miele): le pittule sapranno sempre stuzzicare l'appetito e l'allegria  dei commensali, specie se accompagnate dal mitico rosato del Salento! 



INGREDIENTI


1 kg di farina 00

25 grammi di lievito di birra


20 grammi circa di sale fino


acqua tiepida q.b.



In una terrina (molto capiente, mi raccomando!) mettete la farina assieme al lievito sciolto in un bicchiere di acqua tiepida; cominciate ad impastare con le mani, aggiungendo il sale e, gradatamente, altra acqua, fino a quando l’impasto non risulterà fluido, liscio ed elastico. Coprite la terrina con un canovaccio e poi con la classica “manta” (coperta di lana) e lasciate lievitare la pasta per almeno tre ore. Quando il volume iniziale vi sembrerà raddoppiato mettete a scaldare abbondante olio extravergine di oliva in una pentola larga e profonda. L’ideale sarebbe formare le pittule con le mani (bagnate), ma per farlo in modo corretto bisognerebbe avere la fortuna di osservare una volta una massaia salentina all’opera. Se abitate al di là della soglia messapica arrangiatevi con un cucchiaio :) Friggete le pittule nell’olio ben caldo (ma non fumante) fino a doratura e... facitubbe intra fore!!! 











                                                                                         Pittule con cavolfiore bollito




Pittule alla pizzaiola 
(cioè con un trito di cipolla, prezzemolo, pomodorini, olive nere, capperi sott'aceto)











giovedì 19 luglio 2012

LA PITTA TE PATATE (sottotitolo: non chiamatela gattò!!!)







Come ho già detto in altri miei post, curiosando nel web si incontra veramente di tutto. L’altro giorno volevo fare la pitta di patate: io, naturalmente, ho la mia preziosa ricetta di famiglia, che risale come minimo a dieci generazioni fa, e vado sul sicuro; ma mi metto nei panni della casalinga di Bolzano (quella di Voghera è in vacanza a Gallipoli e la pitta la mangia sul posto) che, avendo sentito di questo piatto “cult” della tradizione salentina, desideri provare a farlo in casa propria e ne cerchi in Internet la ricetta “originale”:  credo che desisterebbe subito, rifugiandosi di corsa nei suoi rassicuranti canederli. Il caos più totale! Ho trovato ricette della pitta davvero assurde, come quella che prevede nell’impasto di base la farina o un’altra che vi inserisce il lievito (a che pro, chiedeteglielo voi), per non parlare di chi alle patate passate pretenderebbe di mescolare burro e parmigiano (sarà un fan del puré), besciamella (orrore!) o, addirittura… sottilette (sigh)!!!  Oscar Wilde diceva di detestare le persone che non prendono seriamente il cibo e diceva bene: non c’è niente di più irritante (e ridicolo) di quei superficialoni presuntuosi che salgono in cattedra  per insegnare di cucina senza avere la più pallida idea di ciò di cui parlano. Ma, dico io, per gli dei dell’Olimpo con tutto il monte, documentatevi, no? Perché c’è gente che magari vi piglia sul serio sprecando tempo e denaro dietro ad una vostra pseudoricetta! Un po’ di correttezza e di competenza, anche nel web, a mio avviso non guasterebbe. Tornando alla pitta e alle fandonie che circolano in rete sul suo conto, la cosa più assurda che mi sia capitato di leggere è che “pitta e gattò sono la stessa cosa” o che “la pitta è una specie di gattò, solo con un ripieno diverso” (il concetto, sempre quello è). A questo punto, in quanto salentina, prof e della Vergine, mi sento in dovere di intervenire per dimostrare che pitta e gattò NON SONO AFFATTO LA STESSA COSA, anzi! Le due pietanze si differenziano profondamente per il diverso contesto storico-sociale in cui sono nate e dal quale sono state influenzate a livello di ingredienti e di modalità esecutive. Il gattò  ebbe i suoi natali nel Settecento, nella cucina dei sovrani di Napoli, ad opera dei famosi monzù: pare che la regina Maria Carolina  fosse rimasta talmente colpita dalla cucina di corte di Versailles, dove regnava sua sorella Maria Antonietta, da chiedere a quest’ultima di donarle alcuni dei suoi cuochi migliori. Fu così che costoro invasero la capitale del regno borbonico creando, per il Re Nasone e l’austriaca consorte, raffinate prelibatezze tra cui il timballo di pasta, il babà e, appunto, il gattò di patate. Qui, sì, ci va il burro, proprio perché è opera di un francese e, si sa, i cuochi della douce France sguazzano da sempre tra i grassi animali come se il colesterolo non esistesse. Burro, quindi, assieme ai prodotti tipici del Napoletano: la mozzarella fiordilatte, il salame, la provola… Le sottilette non sono contemplate nemmeno qui, ma si tratta sicuramente di una svista :)  
Ora, abbandonate le cucine reali, gli ingredienti costosi e raffinati, monzù Gaston con il suo seguito di  beurre, erre moscia e puzzetta sotto il naso e fate un salto tra gli ulivi di quello stesso Sud in un tempo assai più remoto dove, tra quattro mura umide e fatiscenti, una donna bruna dalla bellezza sfiorita, una contadina, si sta ingegnando per inventarsi qualcosa con cui sfamare marito e figli. E’ il miracolo che si rinnova ogni santo giorno, cavar fuori qualcosa di gustoso e sostanzioso da quel poco che passa il convento: qualche verdura tirata su rigogliosa dal sudore della propria fronte ed un po’ di olio buono scampato alla cupidigia dei padroni, custodito nell’orcio. Il profumo di pitta si solleva dal coccio tra la cenere del focolare, riempie i nasi dei commensali affamati e stuzzica l’allegria; si rallegra pure chi l'ha fatta, giacché ha di che saziare quegli appetiti robusti. Dopo torneranno tutti nei campi e riprenderanno a spaccare il suolo con le vanghe, poiché si semina prima di raccogliere e si dà prima di ricevere. Il dare è tanto,  perché la terra è esigente. Reclama fatica, sangue, schiene spezzate, e alla donna bruna chiede più degli altri, perché, si sa, meglio sopporta e tace. Ma un giorno il grano tornerà a farsi alto e gli uomini correranno a prendere i tamburelli per accompagnarla nel ballo forsennato che sfiancherà la bestia maledetta; e, con essa, la sofferenza di chi deve inventarsi il morso di un ragno per esistere







PITTA DI PATATE SALENTINA
(quella vera!)


INGREDIENTI:


1 chilo e mezzo di patate a pasta gialla

200 grammi di pecorino salentino ben stagionato

un uovo grande

mentuccia 

un pugno di pane grattugiato

mezzo chilo di cipolle dorate

400 grammi di polpa di pomodoro fresca 
(meglio di pomodori San Marzano)

una manciata di olive salentine in salamoia

un cucchiaio di capperi sott'aceto

sale e olio extravergine di oliva q.b.



Lavate le patate, mettetele in una pentola, copritele di acqua fredda  e fatele cuocere per circa un'ora. Pelatele e passatele finché sono ancora calde, poi lasciatele raffreddare. Nel frattempo preparate il sughetto. Affettate sottilmente le cipolle e fatele dorare in padella assieme ad una dose generosa di ottimo olio extravergine di oliva (preferibilmente del Salento). Dopo una decina di minuti (occhio: le cipolle non devono assolutamente bruciare! Tenete quindi la fiamma al minimo e, se occorre, bagnate il soffritto con un goccino di acqua calda) unite la polpa di pomodoro ed un pizzichino di sale e continuate la cottura fino a restringimento del sughetto. Poco prima di levarla dal fuoco gettate in padella capperi e olive (snocciolate, se non volete immolare un dente alla sacra pitta). Quando sugo e patate saranno ben freddi, potrete iniziare a "comporre" la vostra pitta. Alle patate precedentemente passate aggiungete l'uovo intero, il formaggio, poco sale, un paio di cucchiai del sughetto preparato (serviranno a dare un bel colore) e qualche fogliolina di mentuccia spezzettata. Impastate il tutto senza indugiare (ricordate che non state facendo un puré!). Ungete d'olio un tegame antiaderente e stendetevi sul fondo la metà dell'impasto in uno strato non troppo alto, sul quale verserete la cipollata. Coprite con un altro strato di patate (un trucchetto per eseguire quest'operazione al meglio: bagnatevi le mani!), poi ungete la superficie di olio e completate con una bella spolverata di pane grattugiato. Infornate a 200 gradi fino a doratura. La pitta si gusta tiepida o, meglio ancora, fredda. Sempre ammesso che riusciate a resistere al profumo che sprigiona all'uscita dal forno!   






























Qui troverete la pitta di patate che ha realizzato la bravissima Ornella di "Ammodomio" seguendo la mia ricetta:


Qui, la più bella pitta di patate che si sia mai vista, realizzata magistralmente, sempre seguendo la mia ricetta, da Sara di "Di pasta impasta": 


E che dire di quella che ha fatto la simpaticissima (e determinatissima) Bruna di "Tentazioni di gusto"? Davvero niente male, no?  



   


giovedì 24 maggio 2012

LA 'MPILLA





Di prodotti di cui vantarsi, la Puglia ne ha a bizzeffe: basti pensare che, degli oltre cinquemila prodotti italiani inseriti ufficialmente nell’Elenco Ministeriale dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali, ben duecentoventisei sono pugliesi (e scusateci se è poco!). Tra questi, ve n’è uno dal nome davvero curioso: ‘mpilla. La ‘mpilla è come la frisa o il pasticciotto: non si può descrivere, la devi assaggiare! E una volta assaggiata ne resti conquistato. Assaporare la ‘mpilla, però, non è affatto facile, nemmeno se si ha la fortuna di fare un bel viaggetto in Salento: essa, infatti, non viene prodotta in ogni luogo della penisola salentina ma soltanto nel comune di Sannicola (a circa sei chilometri dalla mia Gallipoli, in territorio “poppitu”) e nella sua frazione, Chiesanuova. Io stessa, pur essendo salentina, ne ho ignorato l’esistenza per più di vent’anni: poi hanno fatto irruzione nella mia vita marito e ‘mpilla (poppiti entrambi) e mi hanno sconvolto l’esistenza! :-D  






    INGREDIENTI 
(PER UNA DECINA DI PEZZI):


800 grammi di semola di grano duro

200 grammi di farina 00

25-30 grammi di sale

25 grammi di lievito di birra

200 grammi di olio extravergine di oliva

una ventina di pomodorini dolci e maturi

2 grosse cipolle bionde

una decina di zucchine novelle complete di fiore

una manciata di olive nere (possibilmente salentine)

un paio di cucchiai di salsa di pomodoro

acqua tiepida q.b.


peperoncino piccante a piacere

un paio di spicchi di aglio





Lavate, mondate e tagliate a pezzetti gli ortaggi; fateli stufare dolcemente nell’olio, poi salate, aggiungete la salsa e fate restringere il sughetto. Quando si sarà ristretto sufficientemente,  completate con le olive snocciolate e tagliate a metà e spegnete il fuoco. Versate a fontana sulla spianatoia la semola di grano duro precedentemente miscelata con farina e sale;  fate un buco al centro della fontana e versateci il lievito sciolto in una tazzina di acqua tiepida. Aggiungete il peperoncino e  la metà delle verdure con tutto l’olio di cottura ed impastate con altra acqua tiepida tenendo l’impasto abbastanza duro.  Mettete la pasta ottenuta in una terrina capiente, coprite con un canovaccio e lasciate lievitare per  tre ore. Riprendete la pasta, incorporatevi il resto delle verdure e fate lievitare per un’altra ora. A questo punto potete formare le pagnottelle: tagliate la pasta in dieci pezzi e cercate di arrotondarli un po’, infarinateli leggermente passandoli nella semola di grano e disponeteli nelle teglie rivestite di carta da forno. Accendete il forno a 250 gradi e fatelo scaldare bene (il mio ci impiega circa un quarto d’ora). Infornate le ‘mpille  e lasciatele cuocere per 35-40 minuti.





























Dimenticavo: il termine "poppitu" o "ppoppatu" (dal latino "post oppidum", ovvero fuori dalle mura della città) corrisponde al romanesco "burino" e viene usato dai gallipolini per indicare in modo scherzoso i "non cittadini", ossia gli abitanti campagnoli dei paesini limitrofi :-)

           

sabato 27 agosto 2011

IL PRIMO RICCIO NON SI SCORDA MAI






Dalla strada si infila in un sentiero stretto tra le canne. Camminiamo in fila indiana perché il canneto è così fitto che non c’è spazio per stare affiancati; le canne che si riavvicinano dopo il nostro passaggio fanno l’effetto di un mare verde che si richiude.
Sbuchiamo su una spiaggia di roccia a lastroni grigiastri ondulati, intervallati da buche. Sembra un paesaggio lunare.
“Ecco Funnumunnu”.
“Cosa?”
“Funnumunnu, in fondo al mondo, questo posto lo chiamano così”.
“E’ bello. Sembra la superficie della luna. Forse lo chiamano così per questo”.
“Qualcuno dice che è questa la vera fine della costa, non il capo. Che è qui che si incontrano i due mari”.
“E lei cosa dice?”
“Io? Nenzi. Niente. Mi piace e basta e poi è davanti casa. E’ l’unico posto dove faccio in tempo a fare il bagno prima di riaprire il negozio. Anzi, meglio che mi sbrigo”.
Si toglie il cappello di paglia e lo lascia cadere su un lastrone, stende con un solo gesto l’asciugamano e altrettanto rapidamente si sfila il vestito. Lo spogliarello più veloce e mozzafiato cui abbia assistito in vita mia. Il suo corpo è una piena di carne trattenuta dal costume, è ancora più di quel che immaginavo.
“Be’, lei non fa il bagno?”
“Sì, certo”.
Per fortuna stamattina non ho messo i pantaloni o i jeans ma ho un paio di calzoncini corti che anche se non sono un vero costume possono andare lo stesso.
Da uno dei lastroni la vedo entrare in acqua con grazia, come se scendesse una scala invisibile.
“Da qui la scesa è facile oppure si può tuffare da quello scoglio più alto accanto” mi grida dall’acqua. A piedi nudi sui lastroni lunari cammino sbilenco come un ubriaco, invidiando la sua dimestichezza elegante. Scalzo non sono capace di muovermi su queste rocce. Tra la discesa e il tuffo non ho dubbi. Mi butto di slancio e in un attimo sento che tutti questi giorni uguali non sono stati che la rincorsa di questo tuffo. Nuoto verso di lei, anche lei mi viene incontro. Siamo così vicini che le nostre gambe si sfiorano nell’acqua.
“Ce l’ha un coltello?” mi chiede a bruciapelo.
“Cosa?”
“Va bene anche un coltellino di quelli piccoli”.
“No, che ci deve fare?”
“Qui è pieno di ricci, sono buoni, li ha mai mangiati? Mi basta anche un sasso piccolo. Ecco, questo può andare”.
Prima che risponda, con la sua arma rudimentale è già sott’acqua a staccare i ricci dagli scogli. La guardo ammirato nuotare in apnea attraverso l’acqua trasparente e tornare su ogni tanto a prendere fiato e a riportare le sue prede. Quando ne ha poggiati una ventina sullo scoglio più vicino li guarda soddisfatta.
“Mi aiuti a portarli su”.
Ne prendo quanti riesco a tenerne nelle mani senza stringere e salgo la scala di scogli nascosta nell’acqua. La guardo uscire dal mare con i capelli fradici lungo il viso e il collo, i capezzoli dritti per il cambio di temperatura, le mani piene dei frutti della sua caccia, e mi sembra una divinità marina antica, una Artemide-Diana cacciatrice del mare. Devo riuscire a controllare la mia erezione, per fortuna i pantaloncini sono larghi.
Posa i ricci neri sull’asciugamano e mentre muovono all’aria gli aculei tira fuori dalla borsa un paio di forbicine, ne prende uno in mano, lo taglia a metà nel senso della larghezza, lo apre in due e fa così con tutti, uno dopo l’altro. Sono affascinato dalla sicurezza delle sue mani, dalla noncuranza con cui recide la vita in movimento.
“Lasci le metà vuote, prenda quelle piene che vanno sciacquate”.
Come un aiuto cuoco in erba eseguo zitto e la seguo all’acqua. Li passa in mare uno ad uno finché all’interno di ognuno non restano che cinque strisce mollicce gialle o arancioni che compongono come una minuscola stella marina.
“Solo questa parte si mangia. Si fa così”.
Infila la punta della lingua nel mezzo guscio e lecca le strisce una per una. La guardo ipnotizzato.
“Be’, aspetta il permesso?”
Mi viene da ridere. La imito. Infilo la lingua nel riccio e lecco anche se mi fa un po’ senso, e ripenso ai rari tiri di coca della mia vita. Non ci posso credere. E’ più buono di un’ostrica. Sembra di mangiare una gelatina di mare concentrato. E poi. Il sapore. Il sapore che lascia in bocca è lo stesso che rimane dopo aver leccato una donna. Mi prende una vertigine. Penso a come potrebbe essere il sapore di lei e per una frazione di secondo mi vedo stenderla, abbassarle il costume e affondare la bocca in mezzo alle sue gambe.
(…)
“Sono femmine”.
“Cosa?”
“Quelle che abbiamo mangiato erano tutte femmine: sono solo le femmine che si mangiano”.
“Ah. Non lo sapevo”.
“Le femmine si fanno mangiare sempre”.
“Be’, non tutte. Ci sono tante donne mangiatrici di uomini”.
“Se mangiano è perché qualcuno ha mangiato loro prima”.
“E’ stato così per lei?”
“Le sembro una così?”
(…)
La seguo a ritroso lungo il sentiero che fende invisibile il canneto, respirando l’odore salato che sale dalle sue spalle, dai capelli ancora bagnati. La seguo fino al cancello di ferro battuto dove lei si gira e mi pianta addosso gli occhi, immobile. Quello sguardo nero di animale che ho visto la prima volta al negozio.
“Be’, arrivederci”.
Di nuovo vuole che me ne vada. E’ la canicola, nessuno per strada a quest’ora, tutti ritirati al riparo dal caldo. Forse ha paura che potrei spingerla dentro il cancello e prenderla a forza sul prato, contro il muro della casa, dove capita, ed è esattamente quello che il mio sangue pensa, il sangue che mi ha gonfiato in modo evidente e scandaloso. Le tendo una mano perché me la stringa, sperando nel contatto mentre mi infilo le unghie dell’altra nella coscia per distrarmi.
Mi dà la mano con la forza di un uomo: “Meglio che si fa una doccia, prima di ripartire per i suoi giri”. Mi pianta così, lasciandomi a chiedermi se si è accorta del mio stato o se era semplicemente un invito a togliermi di dosso il sale.

(Il bacio della tarantola, Giovanna Bandini)



Ho voluto aprire il mio post con questo brano perché la sua lettura mi smuove qualcosa dentro, facendomi rivivere le intense emozioni ed il candido stupore del mio primo incontro con un riccio di mare. Il ricordo è forte ed indelebile nella memoria. Ero piccola e accompagnavo mia madre al mercato ittico: quel giorno per pranzo era prevista pasta con il pesce e bisognava acquistare la classica 'nfilata. La mia curiosità di bambina fu stuzzicata da un banchetto marmoreo interamente ricoperto di ricci che brillavano al sole acquisendo sfumature verdi, violacee e rossicce. Essendo appena pescati, quindi vivi, si muovevano; io, percepito quel movimento, restai imbambolata a fissarli per non so quanto tempo. Ad un certo punto la mano gentile ed incartapecorita di un pescatore che stava aprendo gli echinodermi con ammirevole maestria mi porse un mezzo riccio esortandomi ad assaggiarlo. Avevo paura di tutte quelle spine ed anche l’invito a mangiare un animale vivo mi riusciva tutt’altro che allettante; ma mia madre mi mise il riccio sul palmo della mano dicendo che a tenerlo così, senza stringerlo, non succedeva niente. Fu lei stessa a spiegarmi come mangiarlo: dovevo leccare le strisce arancioni disposte a raggiera. Raccolsi con la lingua il primo “spicchio” e un sapore dolce, sensuale, intrigante invase e soggiogò le mie papille. Da allora il “paracentrotus lividus” (volgarmente ed erroneamente detto “riccio femmina”) è diventato il mio più grande amore culinario, tanto da perdonargli tutte le volte in cui, passeggiando vicino agli scogli, le sue spine si conficcavano nei miei piedi nudi spezzandosi in profondità ed obbligandomi a dolorosi ed estenuanti tentativi di estrazione a suon di ago ed alcool etilico. Certo, sapere che quelle “strisce arancioni” così prelibate ed attraentemente odorose di iodio sono le gonadi dell’animale, ovvero il suo apparato riproduttivo, un po’ di senso lo fa, ma basta non pensarci, chiudere gli occhi e gustarsi il mare in bocca!
Quest’estate, nel corso della consueta capatina al pittoresco mercato storico del pesce situato nella città vecchia, ho scattato qualche foto all’immancabile banchetto dei ricci, principale attrattiva per i turisti, e ai pescatori che stavano preparando i barattoli di polpa di riccio da passare ai ristoratori gallipolini; polpa freschissima, pronta a sprigionare il sapore e il profumo del mare in sfiziose bruschette, irresistibili antipasti e primi spettacolari. Un intero menu a base di riccio io sono andata a gustarmelo a La briciola, un ristorantino vicinissimo al mercato ittico (basta salire la scalinata, attraversare la strada e dirigersi a sinistra: sono pochi metri). Ve lo raccomando caldamente per la bontà dei piatti, i prezzi contenuti, il servizio cortese, l’atmosfera “di casa” e la simpatia del bravissimo cuoco, Antonio, che ringrazio anche da qui per avermi deliziato con le sue indimenticabili linguine ai ricci!




















Bruschetta ai ricci di mare del ristorante "La briciola" (Gallipoli)





Linguine ai ricci di mare del ristorante "La briciola" (Gallipoli)















Monumento al riccio (Gallipoli)